Lo smart working rende i lavoratori più liberi, più coinvolti e, soprattutto, più produttivi. I dati del 2019.

Il lavoro agile (o smart working) è una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro. Sono passati solo due anni da quando è stato regolamentato per legge (Legge 81/ 2017), ma si sta affermando con sempre più successo e convinzione.
Ciò si evince da una ricerca effettuata in questi primi mesi dell’anno da Top Employers Institute, ente certificatore globale delle eccellenze in ambito Hr e pubblicata sul sito Adnkronos in data 22 maggio 2019 (qui il link dell’articolo), da cui emerge che ben l’81% delle aziende esaminate (oltre 1.500 aziende in 118 Paesi di tutto il mondo) considera lo smart working positivamente.
Esso è visto come una nuova forma di cultura aziendale, un nuovo modo di vivere e considerare il lavoro che sta cambiando il modo di progettare gli uffici (restyling degli ambienti per l’81% delle aziende), di comunicare fra manager e collaboratori (maggior utilizzo dei social media), di fare formazione (impiego diffuso del mobile learning e di tecnologie collaborative) e di premiare le risorse umane (nel 57% delle aziende i dipendenti possono scegliere elementi specifici all’interno del loro piano di retribuzione e benefit). Ciò che si evidenzia maggiormente è che i lavoratori agili in Italia garantiscono un aumento della produttività del +15%.
Adottare politiche di flessibilità oraria e organizzativa, genera un vantaggio reciproco per imprese e collaboratori, in quanto dà risultati sia in termini di benessere organizzativo e conciliazione vita-lavoro che di crescita aziendale. Perciò, lo smart working riesce a migliorare la qualità della vita sia dei singoli che dell’impresa.
Se da una parte questa forma di lavoro flessibile è sempre più richiesta, esistono ancora alcuni ostacoli che le impediscono di estendersi su larga scala e che portano a rimanere fedeli alle forme lavorative più tradizionali. Come evidenziato dall’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, fra le criticità di chi fa smart working la più frequente è la percezione di un senso di isolamento circa le dinamiche dell’ufficio (18%), seguita dal maggiore sforzo di programmazione delle attività e di gestione delle urgenze (16%), nonché dalla maggiore presenza di distrazioni esterne (14%). Quindi, sebbene esso si stia diffondendo in Italia, sono ancora molte le barriere culturali da superare.
Ai lavoratori è chiesta un’ottima gestione del tempo e la capacità di organizzare il lavoro in autonomia e a beneficio di tutto il team, mentre le aziende sono chiamate a scoprire i vantaggi derivanti dalla flessibilità  organizzativa, specialmente in riferimento alla riduzione del tempo di percorrenza casa-lavoro (riducendo le immissioni nocive), a una maggiore fruibilità degli spazi aziendali condivisi, alla necessità di modificare il sistema di valutazione e riconoscimento dei risultati (KPI e obiettivi), slegati dalla cultura del presenzialismo -che di per sé non è garanzia di risultato- e legati alla cultura della fiducia tra le risorse umane.  Condizioni che soddisfano, dunque, sia i dipendenti che le esigenze dell’azienda stessa. Nonostante i dubbi rilevati, il lavoro agile è considerato dalle imprese un vantaggio competitivo perché, oltre ad incidere sulla produttività, migliora le condizioni dei lavoratori e la loro motivazione. Si stima che, entro il 2024, il 70% delle nostre aziende avrà introdotto il lavoro agile e rivisitato gli spazi e le modalità di lavoro connesse. Sta ad esse la capacità di saper gestire e guidare il cambiamento, puntando a un’efficace gestione delle risorse umane, senza tralasciare il raggiungimento degli obiettivi.

Caterina Del Po

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