La crescita economica del Paese è condizionata da efficaci politiche di conciliazione vita-lavoro. Il rapporto fra presenza femminile nelle organizzazioni, natalità e tasso di disoccupazione.

È di questi giorni la notizia, pubblicata su La Repubblica nell’articolo del 12 maggio 2019 dal titolo “In Puglia soltanto una donna su tre trova lavoro. E la regione è prima in Italia per calo di disoccupati”, del riconoscimento alla regione Puglia come realtà dove la disoccupazione nel 2018 è calata maggiormente (dati Eurostat).
In Puglia si è registrata la creazione di 20 mila posti di lavoro in quattro anni, anche se restano allarmanti i dati relativi al mercato del lavoro con un’occupazione femminile che è la metà rispetto al tasso medio europeo e un’elevata percentuale di disoccupati di lunga durata.
Sono fatti preoccupanti che non possono rimanere inosservati né a livello di singole amministrazioni regionali che di Governo. Non è solo il mercato del lavoro ad aver subito dei forti cambiamenti negli ultimi decenni; anche il tasso di natalità sta sempre più diminuendo. Tale situazione viene ben evidenziata su Il Mattino del 7 Giugno scorso nell’articolo “Perché il rilancio del Paese passa dalla famiglia” dove emerge che la natalità è in maggiore sofferenza proprio nel meridione, a causa dell’incertezza verso il futuro, della difficoltà dei giovani ad inserirsi nel mondo di lavoro e della scarsa conciliazione tra famiglia e lavoro. Ciò comporta una maggiore dipendenza dei giovani-adulti dai genitori, una più bassa occupazione femminile e un più elevato rischio di povertà delle coppie con figli (rischio ancora più alto per le famiglie mono-genitore). Quelli sopra evidenziati, sono tutti elementi da esaminare congiuntamente. Le politiche familiari non possono essere pensate in modo indipendente dalle politiche del lavoro, ma come due facce complementari che influenzano le politiche di sviluppo di un Paese o di una regione. Un territorio che vuole crescere deve mettere economia e demografia in relazione positiva. A questo proposito, l’ISTAT nel 2018 ha rilevato 9 mila nascite in meno rispetto all’anno precedente e che, nel corso del tempo, il tasso di natalità sembra destinato a diminuire ulteriormente. Spesso, come evidenziato dal gruppo di ricerca di Percorsi di Secondo Welfare, si rinuncia ad avere uno o più figli per timore di cadere in situazioni di precarietà lavorativa, se non addirittura di povertà. C’è una stretta relazione tra l’avvento della maternità e il rischio di disoccupazione femminile. Da un’analisi dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro presentata alla fine del 2018 si può notare che, nel corso del 2017, il numero complessivo di dimissioni e risoluzioni consensuali è aumentato del 5% rispetto al 2016, coinvolgendo soprattutto le lavoratrici madri e i genitori alle prese con il primo figlio. Ciò dà conferma della forte correlazione tra genitorialità (soprattutto maternità) e rischio di disoccupazione. La nascita di un figlio porta a maggiori esigenze in termini di conciliazione vita-lavoro e a riflettere sulla propria posizione lavorativa, anche a causa degli elevati costi di asili nido e babysitter e della impossibilità di lasciare i figli a dei parenti. Inoltre, è in costante aumento il numero di lavoratrici (la quota di lavoratrici che avrebbero preferito un impiego a tempo pieno è superiore di circa 11 punti rispetto alla media europea) e lavoratori in part-time involontario, la situazione di chi pur volendo un lavoro a tempo pieno deve poi accontentarsi di un lavoro part-time e trovarsi svantaggiato anche dal punto di vista delle possibilità di carriera e delle condizioni retributive e contributive. Da qui, la necessità sempre crescente di sviluppare un efficace sistema di welfare aziendale e di conciliazione vita-lavoro che non penalizzi chi vuole generare una famiglia e, in particolar modo, le madri. Le organizzazioni non possono rinunciare al potenziale che la popolazione femminile è in grado di offrire, soprattutto a livello umano e di relazioni. Capacità di ascolto, di mediazione, di cooperazione, accuratezza sono caratteristiche che appartengono soprattutto al genere femminile e possono fare la differenza in un contesto produttivo che punta all’eccellenza. L’aumento della natalità è un vantaggio per la crescita economica; maggiore attenzione a politiche di conciliazione vita-lavoro consente di dare valore a tutti gli aspetti della propria vita e di poter dar origine a una famiglia. Questi sono gli aspetti sui quali Stato e organizzazioni stanno e devono continuare a riflettere e operare per generare Valore per il Paese.

Caterina Del Po

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