Il reverse mentoring come ponte fra le generazioni in azienda

Il reverse mentoring o peer mentoring è quel processo mediante il quale figure professionali di età diversa e con differenti esperienze personali sono invitate a fare da guida l’una all’altra in un’ottica di cross learning (apprendimento incrociato); costituisce una forma innovativa del mentoring classico, dove il mentor è colui che indirizza e il mentee è chi viene formato. 
Se n’è parlato recentemente sul Corriere della Sera nell’articolo “Reverse mentoring, quando è il giovane ad aiutare il senior” del 6 marzo 2019, dove si evidenzia come il reverse mentoring costituisca una reale opportunità di scambio e condivisione di punti di vista tra generazioni, innescando un processo di reciproca responsabilizzazione.
Attraverso di esso, la persona più giovane insegna l’attitudine digitale, offrendo innovazione e impulso creativo per la gestione dei progetti, l’organizzazione di riunioni a distanza, la promozione tramite i canali social e lo sviluppo della comunicazione interna; la figura senior trasferisce le competenze acquisite durante tutta la carriera professionale e la consapevolezza di quali siano i valori aziendali, le logiche di business e la strategia aziendale.
In questo modo, junior e senior diventano risorsa reciproca, combinando la capacità di presidiare un problema con maggiore efficacia ed esperienza con quella di utilizzare nuovi strumenti digitali, spesso fondamentali per affrontare le sfide delle organizzazioni.
Il reverse mentoring permette di colmare il gap generazionale fra quelli “nati senza la televisione” e quelli “nati con lo smartphone in mano” in una logica win-win e in un’ottica di diversity management.

Un’esperienza analoga è narrata in un film americano del 2015 “Lo stagista inaspettato” dove traspare come un senior abbia molto da insegnare sulle soft skills (pazienza, maturità psicologica, attesa emotiva) e molto da imparare sul versante delle hard skills (competenze digitali e tecnologiche). Esso racconta l’inserimento di uno stagista anziano in una società di moda e di come risulterà prezioso nelle dinamiche relazionali aziendali e nell’aiutare la titolare dell’impresa a gestire ansia ed emotività, ad incrementare la fiducia in se stessa e a raggiungere il successo sperato. 
Questa occasione di scambio comunicativo presuppone innanzitutto apertura mentale, umiltà, disponibilità a mettersi in gioco, ascolto attivo e volontà di imparare.

Come afferma l’articolo suindicato, una conoscenza reciproca favorisce una collaborazione più efficace e diminuisce la possibilità di vedere l’altro con una certa diffidenza e come una minaccia. A volte, tra le due categorie si creano antagonismi che possono fomentare la mancanza di produttività; invece, col reverse mentoring tutti possono offrire insegnamenti, tutti possono apprendere e si abbatte il pregiudizio secondo cui i giovani siano troppo inesperti per poter insegnare qualcosa e gli adulti meno propensi ad imparare il nuovo e poco disposti a condividere conoscenze utili.
Il tutto può essere organizzato facendo lavorare insieme senior e junior a coppie o creando piccoli gruppi di massimo 10 persone equamente divise, permettendo anche di superare le logiche gerarchiche standard.
Se ben implementato, il reverse mentoring può apportare un grande vantaggio sul piano organizzativo, allineando comportamenti e obiettivi delle persone alle strategie di trasformazione digitale dei modelli di business; inoltre, può diventare uno strumento per migliorare la gestione dei talenti, la promozione della diversità, lo sviluppo della leadership, la diffusione del know-how interno e la promozione della cultura del long-life learning.
Con questi presupposti si possono avere risultati sorprendentemente efficaci che portano a un miglioramento della performance dei collaboratori, a un clima lavorativo più propositivo e a un aumento della soddisfazione dei dipendenti.

Caterina Del Po

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