Essere Persona oltre i ruoli, tra fare ed essere.

Alla radice della Conciliazione vita-lavoro e del benessere quotidiano

Scenario

Ci troviamo di fronte all’aumento della complessità sociale, con conseguente impatto sulla vita lavorativa e professionale, così come sulla persona. Oggi amplificata dall’emergenza sanitaria della pandemia mondiale.

Cause

Cambiamenti veloci nel campo delle comunicazioni (Social media) e conseguente modificazione delle relazioni, del senso della vita -che si compone di continui e veloci stimoli a cui rispondere. Anche la mancanza di condivisione dei valori universali, dovuta al crescente relativismo etico e sociale, gioca un ruolo importante. Per anni abbiamo fatto fatica a metterci d’accordo su cosa fosse il bene comune, oggi forse riscoperto grazie al “male comune” (cit. Prof. L. Bruni, 2020) che tocca la vita delle persone senza distinzione di status o di condizione sociale, politica, economica ed etnica.

Al lavoro e nelle organizzazioni, la globalizzazione e l’impresa 4.0 (digital transformation), stanno richiedendo un adeguamento e una capacità di sostenere la competizione internazionale, stimoli talvolta superiori alla capacità di risposta. La sfida del reale Benessere Organizzativo, non solo branding o risparmio fiscale, sembra lontana.

Nel privato e in famiglia si modifica la divisione dei ruoli e delle mansioni, con sempre più donne che lavorano: è necessario rivalutare il ruolo del padre e del maschile ed arginare la tendenza all’abbandono educativo, che deve invece diventare di qualità ed appannaggio di uomo e donna (oltre che delle agenzie educative preposte) in complementarietà ed alleanza affettiva.

In tutte le aree della vita (famiglia e azienda) il paradigma delle relazioni si sta modificando con inconsapevolezza e talvolta “resistenza” da parte di chi ha responsabilità e compiti “educativi”. Tra il passato modello autoritario e l’attuale assenza educativa, sia fisica che come modello di riferimento, è necessario recuperare la presenza autorevole, con il supporto affettivo, l’accompagnamento, il dialogo.

Effetti. Ne consegue narcisismo, ansia sociale e stress, attribuzione del significato “dell’essere nel fare” o “nell’avere”, con identificazione del sé nel ruolo di professionista e nel “performer” che deve dimostrare di avere successo in tutte le aree della vita (vita in mostra). Si verifica la contrazione del tempo per se stessi, dello spazio e del tempo per la connessione interiore (alimentazione del sé e della personalità), per la riflessione e la gestione equilibrata del tempo interno in armonia con il tempo esterno.

Conseguenze. Un evidente aumento individualismo, egoismo, ricerca del benessere solo materiale, con l’illusione che possa essere un viatico per quello intimo e personale. Rischio di una società fondata sull’apparire (narcisistica), sull’avere, sulla velocità, sulla necessità di primeggiare, sul bisogno di riconoscimento.

Da qui, si verifica l’insorgenza di forme di dipendenza, affettiva, psicologica, materiale. Vuoto di personalità, in assenza di ruolo (fine/perdita del lavoro, pensione), incapacità di vedere e vivere la bellezza della vita interiore ed esteriore.

Studiosi contemporanei, denunciano la mancanza di strutturazione del sé e della personalità, una conflittualità tra i ruoli e assenza di cura e rafforzamento della personalità.

La nostra Pista di riflessione e intervento

Gli stimoli che provengono dall’Europa ma anche dal mondo imprenditoriale Anglo- americano, con il concetto work-life balance e di benessere organizzativo, ci spingono sempre più ad allargare la prospettiva della vita, andando oltre l’Homo Oeconomicus, solo Lavoratore, come fosse il principale punto di arrivo (di status e riconoscimento) della persona e di considerare la persona nella sua globalità, in tutti i suoi ruoli/aspetti sociali, che sono interscambiabili e che comunicano tra di loro, compensandosi e arricchendosi come tra vasi comunicanti. Il padre/madre, l’amico/a, lo sportivo/a, lo zio/a, il nonno/a, il marito/moglie il fratello/sorella, sono costitutivi dell’uomo/donna lavoratore/trice, della persona manager e lavoratrice. Quando siamo in azienda non siamo “altro” da quando siamo a casa e nel nostro tempo e spazio privato (sebbene le sfere vadano distinte). Le skills, le abilità, i talenti, i doni, sono trasportabili in tutti i campi della vita. Questo è possibile armonizzando le aree della vita, alimentando e valorizzando la personalità: il “cappello che sta sopra ai ruoli”, da cui i ruoli traggono ispirazione e forma, comunicando tra di loro.

Ovunque viva, dunque, non perdo mai tempo, se alimento me stessa nella mia personalità, non in modo egoistico, ma in armonia con il mio bisogno di centratura e di allineamento della vita, sul sé.

Saper riconoscere e gestire i bisogni/richieste interiori e quelli esteriori è fondamentale per prendersi cura di sé e potersi, poi, prendere cura di altri.

Essere persona prima che professionista, manager, madre, padre, fratello, zia ecc. significa poter vivere in uno stato di equilibrio interiore, grazie anche alla capacità di scegliere dando senso alla vita, che si riflette in un equilibrio esteriore, in una “libertà da” (dipendenza da lavoro, social ecc.) che diventa una “libertà di” (essere, fare..).

Una vita in cui riconoscere e gestire le proprie emozioni ritorna ad essere la radice del ben-essere, la capacità di avere occhi per vedere la bellezza dentro e fuori di noi, la spinta evolutiva che caratterizza la motivazione più forte alla vita e al lavoro, perché intrinseca e costitutiva dell’essere.

Essere persona oltre il lavoratore/trice, significa aprirsi ad una prospettiva panoramica più ampia e consentire a tutti i sé, di apportare novità e bellezza nel proprio ruolo. Significa dare voce alle emozioni, metterle in campo e sfruttarle nella gestione delle relazioni, non temendole ma lasciandole umanizzare gli ambienti. Una sana vulnerabilità, che ci rende veri, autentici e vivi.

Essere persona oltre il ruolo professionale significa, saper essere ora padri, ora figli, ora amici, ora artisti, anche nel proprio ambiente di lavoro. Significa valorizzare il tempo che ci diamo, sapendo che non la quantità ma la capacità di essere efficaci con presenza psicologica, gestione emozionale, libertà interiore e autenticità, sono la vera forza della nostra leadership.

Il tempo di qualità che avremo dedicato a noi stessi fuori dalle ore di lavoro, saranno la nuova linfa della nostra creatività, ispirazione, concentrazione ed efficacia nel lavoro. Essere persone complete e libere. Lavorare con la consapevolezza che la personalità supera i ruoli e che ogni ruolo non è esaustivo della personalità, che da solo non può darle forma e definirla. Così da essere di esempio ed ispirare gli altri, non con le parole ma dandone di-mostrazione.

Essere leader, essere manager oggi, consapevoli della personalità nostra e degli altri, significa comprendere e gestire la complessità costruendo legami, condividendo senso e azioni, camminando in cordata, per ridurre l’ansia sociale e lo stress, sapendo che il futuro si costruisce nel presente e che per un successo vincente, serve umanità, serve autenticità, serve lentezza da contrapporre alla fretta, serve dialogo, confronto e capacità di perdere tempo gli uni con gli altri, serve sbagliare, saper ricominciare, essere vulnerabili, umili, perché questa è la vera forza della persona, unico mezzo per costruire un presente felice ed un futuro solido.

Autrice: Emanuela Megli

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