Emotività a lavoro? Mettiamola nella nostra ventiquattrore!

Nella nostra società le emozioni in generale vengono scoraggiate. Benché senza dubbio il pensiero creativo, come ogni altra attività creativa, sia inseparabilmente legato alle emozioni, è diventato un ideale pensare e vivere senza emozioni. Essere emotivo è diventato sinonimo di instabile e squilibrato”.

[Erich Fromm]

La sfortunata tendenza che ha travolto, in particolar modo la società occidentale, è l’incapacità di comprendere appieno e affrontare le emozioni umane. Questa tendenza si è riversata in altri settori della vita, anche nel posto di lavoro. Le emozioni sono spesso lasciate al di fuori del luogo di lavoro quando si raggiunge l’ufficio e questo provoca effetti devastanti sia alle imprese che ai propri dipendenti coinvolgendo tutta la linea dagli impiegati fino ai piani alti.

Il lavoro ricopre un ruolo fondamentale nelle nostre vite e nulla può sostituirlo. Poiché da sempre il lavoro ha una duplice dimensione: la principale legata al bisogno, al nutrimento e al sostentamento materiale dell’essere umano, la seconda, non meno importante della prima, riguarda l’autorealizzazione dell’essere umano, la sua sfera sociale, la possibilità di mettersi alla prova e crescere a livello cognitivo ed emotivo.

È quindi plateale come la sfera emotiva sia influente in ogni contesto di vita, come non possa essere “tagliata fuori” dai vari ambiti con il lavoro, lo sport, la casa, i figli… ma siamo tutti consapevoli dell’influenza che hanno le emozioni nella nostra quotidianità?

In un estratto del contributo di Emanuela Megli al libro “Per una Ri-costruzione del Paese post Covid 19. Idee in movimento “[Volume a cura dell’Associazione di Promozione Sociale CREIS – Centro Ricerca per l’Innovazione Sostenibile] si legge:

Un’analisi delle caratteristiche dell’intelligenza emotiva su uomini e donne, condotta dal noto psicologo e psicoterapeuta americano Daniel Goleman, ha dimostrato che in media le donne sono più consapevoli delle proprie emozioni, dimostrano maggiore empatia e sono più abili dal punto di vista interpersonale. Gli uomini possiedono maggior fiducia in sé stessi, sono più ottimisti, più capaci di adattarsi e di controllare lo stress. Ma siccome il QE (Quoziente emotivo) si modifica con l’allenamento e diventa una competenza, a differenza del QI (Quoziente Intellettivo) che invece non subisce grandi modifiche dall’età adolescenziale in poi, non sussistono grandi differenze di intelligenza emotiva in potenza, quanto in atto, grazie all’esperienza e alla volontà di accrescerlo. Le donne hanno una maggiore inclinazione e disposizione alle relazioni e alla comunicazione, tendono ad essere meno sicure di sé, bassa autostima (educazioni a modelli stereotipati di sviluppo) e quindi spesso si perdono nel troppo amore verso la cura.

Il saper fare al femminile, opera mediante la leva del diversity management e della conoscenza delle qualità e delle differenze di genere, non negandole, ma valorizzandole per arricchire le organizzazioni, in ottica di aumento della creazione del valore.

Un mondo con la presenza di donne è un mondo più umano, più accogliente, capace di mettere in campo il valore relazionale e della cura delle persone anche nei luoghi di lavoro. Le donne, o perlomeno molte di esse, hanno una cultura della “gestione” e non dell’esercizio del “potere” fine a sé stesso o fine a secondi interessi. La donna per sua natura riesce a tenere insieme diverse realtà di vita e in quanto tale non si spoglia del proprio “essere persona” mentre lavora, anzi, riesce ad essere inclusiva e a permeare il proprio lavoro di competenze soft, senza distacco dalla vita privata. Le donne essendo profondamente conoscitrici della sofferenza (sin dalle doglie del parto) e della capacità di abnegazione personale per un bene più grande, riconoscono il valore delle “categorie più deboli” (persone in difficoltà) con handicap o con situazioni di disagio e per loro natura, tendono a valorizzarle, sapendo che hanno comunque un ruolo importante nella società e nel lavoro (valore dell’essere oltre il fare). Sono spesso inclusive, trovano soluzioni mediando tra esigenze di efficientismo e “valorizzazione della persona” in qualunque stadio fisiologico (maternità, salute, malattia) si trovi.

Le donne – che tendenzialmente amministrano e gestiscono il potere in una logica generativa e di bene comune – quando, al contrario, fanno propri i modelli prevalentemente maschili presenti nei luoghi di lavoro, lo fanno anche inconsapevolmente per non soccombere in un sistema altamente cinico e competitivo, snaturando il proprio essere. Orari straordinari e riunioni interminabili, le costringono a pagare il prezzo della carriera, o abbandonando il posto di lavoro, con conseguenze sul proprio senso di realizzazione, o pagando il prezzo della perdita della famiglia o del ruolo educativo.

Come si legge nell’articolo “Donne ed emozioni al lavoro” nella Gazzetta dell’imprenditore, la teoria sulla “Emotional intelligence” elaborata da Goleman spiega proprio questo: non bastano competenze tecniche e un alto quoziente intellettivo per emergere sul lavoro e raggiungere il successo. Occorre una componente irrazionale, l’intelligenza emotiva, la cosiddetta QE, che a detta di Goleman, non è di esclusiva competenza femminile.

A conferma, però, dei cosiddetti “luoghi comuni”, la ricerca condotta da Six Seconds Italia (2008) nel nostro paese, ha rilevato che le donne possiedono una maggiore intelligenza emotiva rispetto agli uomini, con una differenza media di ca. il 6% tra i due sessi.

Le emozioni non hanno sesso, non hanno genere, tantomeno età. Sarebbe ottimale prendere consapevolezza delle proprie emozioni, accettarle, imparare a gestirle e, perché no, “sfruttarle” per migliorare il nostro modo di approcciarci al mondo del lavoro e orientarci ad un modello fondato sul benessere organizzativo nell’asse vita-lavoro.

Arianna Maci

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